FRANCO DONAGGIO PRIMA E DOPO IL DIGITALE  –  by Roberto Mutti

Si suole dire che l’avvento del digitale ha cambiato profondamente il mondo della fotografia liberando nuove energie e nuove visioni un tempo inimmaginabili. Pur essendo pienamente d’accordo – e come non potrebbe essere altrimenti – con il primo assunto, siamo meno decisi nell’accettare il secondo. La storia della fotografia ha conosciuto molte rivoluzioni nel passato e ognuna era strettamente legata a grandi innovazioni tecnologiche: il passaggio dal dagherrotipo alle lastre al collodio ha reso più rapido e meno pericoloso il procedimento, l’introduzione delle semplicissime Kodak n. 1 ha messo fra le mani di chiunque sapesse schiacciare un bottone una macchina fotografica in grado di realizzare immagini di accettabile qualità, l’invenzione di Edward Land ha permesso di avere immagini che emergevano in pochi secondi da una fotocamera marchiata Polaroid. Per ognuno di queste svolte epocali (e ce ne sono state, ovviamente, molte altre) tecnologia ed estetica sono andate di pari passo ma solo a patto che chi maneggiava quelle fotocamere possedesse l’estro e la fantasia necessarie a piegarle ai suoi progetti.
Oggi, a nostro avviso, il dato tecnico, che pure è importante, è sopravvalutato e di conseguenza viene meno considerato l’aspetto creativo che è invece fondamentale. Per avere una evidente conferma di quanto affermato basta analizzare il lavoro di Franco Donaggio, un bravo professionista che alla ricerca ha da sempre dedicato una parte importante del suo lavoro. Fra i molti lavori creativi da lui realizzati ne abbiamo scelto due che hanno molto in comune forse proprio perché – non sembri un paradosso – sono stati prodotti molto lontani l’uno dall’altro.
Metaritratti è la ricerca, realizzata fra il 1995 e il 1996, che ha fatto conoscere Donaggio nel mondo della fotografia creativa. Le 31 immagini sono, per usare le parole dello stesso autore, “il frutto dei viaggi del mio pensiero, una caduta libera nei luoghi interiori lungo zone d’ombra che cercano il loro respiro nel tempo fra crepuscolo e alba, tra brandelli di sogni e fantasmi che si confondono con ricordi caduti nell’oblio”.
Quando apparvero per la prima volta in mostra e furono pubblicate in diverse riviste, la curiosità di molti si concentrò (guarda un po’…) sulla tecnica: come faceva quell’autore a creare immagini che erano evidentemente fotografie ma non lo sembravano completamente senza per questo essere disegni o quadri o composizioni? Veniva la voglia, diffusa in campo artistico quando un’opera non riesce a entrare nelle comuni categorie, di dire che era il frutto di una “tecnica mista”. In realtà Franco Donaggio usava tutte le potenzialità della fotografia ma anche tutti gli accorgimenti di cui questa si è sempre avvalsa. Uno specchio deformante, dei fondali da lui stesso disegnati su cui ha talvolta inserito ritagli di carta che ha retroilluminato sono gli elementi di contorno, al resto ha contribuito una grande perizia tecnica perché le immagini sono state tutte realizzate in ripresa con un banco ottico che consente un controllo assolutamente preciso del risultato finale. Più di dieci anni dopo Franco Donaggio si mette a lavorare a un progetto che vede la luce, dopo due anni di lavoro e quaranta immagini prodotte, nel 2009. Prima del giorno è il classico frutto del mondo digitale perché qui i frammenti di realtà (si possono riconoscere sculture, figure, architetture) sono inseriti in una nuova atmosfera dai forti caratteri metafisici che l’autore considera metafora della sua stessa vita. La luce pulita e già decisa che precede l’alba non è solo il frutto di un’esperienza autobiografica ma è anche una proposta insieme visiva e filosofica perché indica la possibilità di aprirsi a nuovi orizzonti. Come si vede, quello che conta nell’opera di Franco Donaggio è l’idea di fondo, la capacità di andare oltre, non importa se con un fondale dipinto a carboncino o davanti a uno schermo che lui paragona a una tela bianca dove tutti gli elementi si ritrovano in un mirabile equilibrio.