La ricerca visiva di Franco Donaggio si articola in diversi capitoli che hanno in comune un’assorta contemplazione del visibile tramite il filtro di un pensiero interiore.
Scrive Donaggio della sua fotografia: Utilizzo il mezzo fotografico per ‘vedere dentro’, alla scoperta di spazi occulti nella mia dimensione mentale, dove arrivano echi del mondo reale, dove la realtà fotografica viene quasi dimenticata per lasciare posto ad altro.” Un’alterità che prende forma da una realtà ricreata in senso onirico e soggettivo, cassa di risonanza dei sentimenti dell’autore, delle sue fantasie, delle sue fragilità. A sostanziare la narrazione, una capacità di emozionarsi di fronte all’insita forza espressiva di ciò che è sottoposto al proprio sguardo e un’intima necessità di invenzione tramite il mezzo fotografico. Riportando, con un narrare soggettivo, propri mondi.
In un’intervista Donaggio afferma: […] penso non esista una realtà assoluta e che ogni essere umano possa avere una sua percezione, creando così mille realtà differenti. […] La mia è assolutamente una narrazione personale. Deve primariamente vivere dentro me e non penso ad altri nel momento in cui lavoro a un nuovo soggetto.”
Donaggio vive il suo fare artistico in una dimensione di continua sperimentazione visiva e crea le sue opere completamente calato in una disposizione poetica ed ermeneutica in cui il contenuto prevale in senso assoluto sulla forma. Ogni progetto ha il significato di una metamorfosi individuale, di un’incessante e rapida rigenerazione interiore, di un esercizio spirituale libero da qualunque condizionamento mentale e alimentato dall’immaginazione, alla ricerca di un altrove che è specchio dell’Io. In una continua evoluzione creativa che ridefinisce e trasforma via via il senso ultimo di ogni progetto, si delineano poetici racconti di inquietudine e profondità.Invenzione, gioco, poesia sono gli stimoli che spingono Donaggio a creare e a comunicare tramite le proprie immagini; l’artista stesso parla del mezzo fotografico come di una vela di barca alimentata dal vento dell’immaginazione. Donaggio, che ha iniziato prestissimo a fotografare ed ha sviluppato in oltre 40 anni di carriera lunga esperienza di fotografia pubblicitaria, graphic design, moda e ritratto prima di scegliere di dedicarsi interamente alla ricerca artistica, pensa e progetta le sue composizioni partendo sempre da un’intuizione che si delinea poi più chiaramente in un’idea e che traduce in serie di immagini articolate e di complessa realizzazione. Lui stesso afferma: “Mi piacciono i progetti articolati, perché penso che il divenire che li caratterizza sia anche nella natura delle cose: tutto è discutibile e può creare alterità. La trasformazione, il ciclo continuo che contamina il nostro pensiero e le immagini, subisce lo stesso procedimento dei processi vitali.” Tra i capitoli in mostra a Spazio Tadini vi sono i Metaritratti‘: poliedrici, sfaccettati, altamente interpretativi, con un forte richiamo al cubismo e all’espressionismo; l’affascinante capitolo ‘Prima del giorno’ – un progetto tutto realizzato lavorando tra il crepuscolo e le prime luci dell’alba – che sembra ricollegarsi stilisticamente alla pittura di De Chirico o di Savinio ed assegna a scenari metafisici un significato rintracciabile nelle profondità dell’animo dell’artista. “’Prima del giorno è una discesa nelle mie penombre, in un percorso attraverso spazi sospesi, lungo il respiro della notte.” Dominano in tutto il progetto i temi della solitudine, dell’incomunicabilità, della fragilità umana e l’Uomo appare come minuscolo individuo perso e sospeso in disadorni paesaggi simbolici. Lo spettatore è messo di fronte a composizioni di grande effetto visivo, maestose visioni che interpretano una dimensione spazio-temporale astratta dal quotidiano, magici equilibri compositivi. Nella serie Station figure fluttuanti e fuggevoli rappresentano l’isolamento e il senso di incertezza che vive l’essere umano; l’autore descrive così questo capitolo: “in Station ho cercato di sublimare la poetica fragilità dell’essere umano, spesso solo, in un arduo percorso di ricerca esistenziale, nella fuga dalle proprie domande senza risposta.” Nel corpo di lavoro Gli spazi di Morfeo‘, il più recente nella produzione dell’artista, il corpo della donna, ‘casa primaria’ dell’uomo è messo in dialogo con l’idea di città come ‘casa antropologica’ dell’uomo. Qui corpi statuari, immensi, esplorabili dallo sguardo come simboliche umane architetture sono immersi in scenari urbani proprio a evidenziare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo accoglie, a sottolineare la necessità di equilibrio e sintonia tra l’essere umano e i luoghi che abita.

Paola Riccardi