GRAFIE COME SINTESI UNIVERSALE  –  by Italo Zannier

Durante il secondo dopoguerra, nella vivace, epocale accensione ideologica, in fotografia si distinguevatra quella “grafica” e la “neorealistica”, e quest’ultima sembrava vincente, sopratutto politicamente, per l’impegno (lo era, perlomeno in apparenza) di denuncia sociale e di provocazione umanistica. In fotografia vincevano i Paul Strand e gli Henri Cartier Bresson, specialmente quest’ultimo, narratore esplicito della comédie humaine, mentre i magistrali Aaron Siskind o Harry Callahan s’inoltravano in una lettura, privata e insolita del paesaggio, lontana da quella coeva, corposa, materica, persino viscida configurata nelle vedute di un Ansel Adams o di un Edward Weston. Il minimalismo di Siskind e di Callahan, spesso essenziale nella decorporazione dei soggetti, venne anche aspramente attaccato dai sociologisti in voga, e persino accusato di inerte formalismo, diedonistico fotoamatorismo (così nel mio ricordo!), nonostante l’approvazione di uno Steichen, teso con intelligenza al superamento degli schemi e delle retoriche immanenti e quindi disponibile verso le nuove formule grafiche. Moduli espressivi impliciti storicamente nella Fotografia, che allora viveva, come le altre forme dell’arte, una stagione di forte, persino esasperata dialettica tra “realismo” e “astrattismo”, tra “obbiettività” sociologica e “sogno” (astratto o surreale) della realtà. Come infine, però, lo sono tutte le immagini, anche quelle – sempre più rare e a loro volta inquinate -, non fotografiche. Franco Donaggio ha vissuto più tardi, vent’anni dopo, quella stagione – quando ormai s’erano chiariti, sia pure faticosamente, molti preconcetti -, affrontando con immaginazione l’Idea di un mondo incantato, metafisico. Un universo filtrato, quasi strigliato, ripulito fino a raggiungere la purezza del segno significativo, mediante una sintesi degli elementi, che debbono risultare essenziali, per esprimere simultaneamente un suggestivo concetto di realtà, qui di realtà onirica, a volte persino angosciosa, come nell’incubo di un sogno notturno ritrovato all’alba, in Fotografia. Senza saperlo e volerlo, Donaggio mi sembra un ipotetico “allievo” di Luigi Veronesi o di Bruno Munari, se penso agli artisti italiani; molte tra le sue immagini, oltretutto, sembrano discendere dai simbolisti orientali, virtuosisticamente ricamate in voluttuose grafie, persino nell’immagine di una coppia di gabbiani in volo. Una fotografia “controcorrente”, quella di Franco Donaggio, finalmente! Un esercizio dello sguardo, che propone un Eden armonicamente strutturato da luci e da segniessenziali, che invitano a scoprire l’armonia di un paesaggio, forse non quotidiano, ma certamente avvincente come concetto, come filosofia della realtà intima, meno conosciuta e qui iconicamente riconoscibile.