STAZIONARE, FORSE VIAGGIARE  –  by Mauro Fiorese

Orario di partenza e orario d’arrivo, biglietto e supplemento, numero del binario, destinazione, posto a sedere. Coincidenza. O forse solo Casualità? Solo una volta liberata la mente e il cuore da questa serie d’informazioni – peraltro necessarie e fondamentali per intraprendere un viaggio – e saliti su quel treno, potremo finalmente lasciarci trasportare senza il bisogno di tenere gli occhi fissi sulla strada. E la meta del nostro viaggio diventerà un’altra Stazione.
Da una Stazione si parte e si arriva o si transita solamente, spesso senza notarne nemmeno le caratteristiche architettoniche, stringendo per mano in nostri bagagli. Soprattutto quelli culturali, che più ci appartengono e ci seguiranno ovunque.
Per la maggior parte di noi, per chi viaggia, la Stazione è un non-luogo. Per altri e’ il proprio ufficio. Per altri ancora la propria casa. O la propria tomba. Un luogo che muta la propria identità a seconda di come lo si vive. E’ così che Franco Donaggio vede la Stazione, come un luogo di passaggio, non solo fisico, ma anche di mutuazione intellettuale attraverso un percorso artistico fatto di continui interrogativi, poche certezze e moltissima sete di conoscenza. Un viaggio, quello di Donaggio, in cui la condizione mentale dell’artista, fisicamente circondato da viaggiatori come lui, gli permette d’isolarsi per necessità di sopravvivenza. Con la voglia di “volare”, come dice l’autore stesso, “oltre il confine della ragione” in questo mondo parallelo in cui non contano identità ed età di chi lo attraversa. Ciò che conta, invece, è la sua personale visione che lo fa muovere in questo limbo e gli permette di fornirne testimonianza.
La visione di Donaggio, sia essa proposta attraverso un tipologia fotografica analogica o digitale, non coincide né si avvicina lontanamente ad un concetto di verità oggettiva o assoluta. Il suo atteggiamento, al contrario di chi non vede bene ed è costretto ad usare gli occhiali come ausilio per una corretta visione ottica, è quello di chi usa uno strumento ottico per allontanarsi da una visione precisa e definita della realtà che lo circonda. Per proporcene una nuova versione, forse distorta e fuorviante, ma veramente evocativa. Un racconto visionario che, per parafrasare un concetto dell’autore, si traduce in una dolcissima “preghiera fatta d’immagini”.